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Capitale e ideologia

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Ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze: l'uomo deve trovare le ragioni di queste disparità per non rischiare di vedere crollare l'intero edificio politico e sociale. In questa chiave, anche molte ideologie del passato non appaiono più così irragionevoli, se paragonate al nostro presente. Conoscere la molteplicità delle traiettorie e delle biforcazioni della storia può infatti aiutarci a interrogare le fondamenta delle nostre istituzioni e a intuire le loro trasformazioni. Questo libro, fondato sull'analisi di dati comparativi di inedita ampiezza, traccia il percorso dei regimi basati sulla disuguaglianza e ne immagina il futuro in una prospettiva economica, sociale, intellettuale e politica: dalle antiche società schiavistiche fino alla modernità ipercapitalista, passando per le esperienze comuniste e socialdemocratiche, e per il racconto inegualitario che si è imposto negli anni ottanta e novanta. Con lo sguardo rivolto ai temi più caldi della nostra contemporaneità, Thomas Piketty dimostra come l'elemento decisivo per il progresso umano e lo sviluppo economico sia la lotta per l'uguaglianza e l'educazione, ridiscutendo il mito della proprietà a tutti i costi. Ispirati dalle lezioni della storia, possiamo affrontare il fatalismo che ha nutrito le derive identitarie in Europa e nel resto del mondo, e immaginare un nuovo orizzonte partecipativo per il XXI secolo, basato sull'uguaglianza, la proprietà sociale, l'educazione e la condivisione dei saperi e dei poteri. Nel seguito di "Il capitale nel XXI secolo", Piketty lancia la sfida di un nuovo modello economico e culturale.
Տարի:
2020
Հրատարակչություն:
La nave di Teseo
Լեզու:
italian
Էջեր:
1200
ISBN 10:
8834602145
ISBN 13:
9788834602140
Սերիաներ:
I fari
Ֆայլ:
EPUB, 52.23 MB
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Ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze: l’uomo deve trovare le ragioni di queste disparità per non rischiare di vedere crollare l’intero edificio politico e sociale. In questa chiave, anche molte ideologie del passato non appaiono più così irragionevoli, se paragonate al nostro presente. Conoscere la molteplicità delle traiettorie e delle biforcazioni della storia può infatti aiutarci a interrogare le fondamenta delle nostre istituzioni e a intuire le loro trasformazioni.

Questo libro, fondato sull’analisi di dati comparativi di inedita ampiezza, traccia il percorso dei regimi basati sulla disuguaglianza e ne immagina il futuro in una prospettiva economica, sociale, intellettuale e politica: dalle antiche società schiavistiche fino alla modernità ipercapitalista, passando per le esperienze comuniste e socialdemocratiche, e per il racconto inegualitario che si è imposto negli anni ottanta e novanta.

Con lo sguardo rivolto ai temi più caldi della nostra contemporaneità, Thomas Piketty dimostra come l’elemento decisivo per il progresso umano e lo sviluppo economico sia la lotta per l’uguaglianza e l’educazione, ridiscutendo il mito della proprietà a tutti i costi. Ispirati dalle lezioni della storia, possiamo affrontare il fatalismo che ha nutrito le derive identitarie in Europa e nel resto del mondo, e immaginare un nuovo orizzonte partecipativo per il XXI secolo, basato sull’uguaglianza, la proprietà sociale, l’educazione e la condivisione dei saperi e dei poteri.





Nell’atteso seguito di Il capitale nel XXI secolo, best seller mondiale tradotto in 40 lingue e venduto in 2,5 milioni di copie, Piketty lancia la sfida di un nuovo modello economico e culturale, un’autorevole e illuminante chiave di lettura per interpretare il nostro tempo.





Thomas Piketty, professore dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici, che gli hanno fatto meritare nel 2013 il Prix Yrjö Jahnsson, assegnato da; lla European Economic Association. Scrive per Libération e Le Monde.

Il suo libro Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie. Ha inoltre pubblicato Si può salvare l’Europa (2015), Capitale e disuguaglianza (2017) e suoi contributi sono inclusi nei volumi Democratizzare l’Europa (La nave di Teseo, 2017) e Rapporto sulle disuguaglianze nel mondo (La nave di Teseo, 2019).





i Fari. 73





Thomas Piketty





Capitale e ideologia


Traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova


La nave di Teseo





Dove non indicato diversamente, la versione italiana delle citazioni è dei traduttori del presente volume.

L’Editore ringrazia Francesco Magris per la collaborazione all’edizione italiana.



Titolo originale: Capital et idéologie

© Editions du Seuil, 2020

© 2020 La nave di Teseo editore, Milano



ISBN 978-88-3460-261-4





Prima edizione digitale maggio 2020





Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.





Sommario


Avvertenza per i lettori e ringraziamenti

Introduzione

Parte prima. I regimi della disuguaglianza nella storia

1. Le società ternarie: la disuguaglianza trifunzionale

2. Le società dei tre ordini europee: potere e proprietà

3. L’avvento delle società dei proprietari

4. Le società dei proprietari: il caso della Francia

5. Le società dei proprietari: traiettorie europee

Parte seconda. Le società schiaviste e coloniali

6. Le società schiaviste: la disuguaglianza estrema

7. Le società coloniali: eterogeneità e potere

8. Società ternarie e colonialismo: il caso dell’India

9. Società ternarie e colonialismo: traiettorie euroasiatiche

Parte terza. La grande trasformazione del XX secolo

10. La crisi delle società dei proprietari

11. Le società socialdemocratiche: l’uguaglianza incompiuta

12. Le società comuniste e post-comuniste

13. L’ipercapitalismo: tra modernità e arcadia

Parte quarta. Rivedere le dimensioni del conflitto politico

14. Confini e proprietà: la costruzione dell’uguaglianza

15. La sinistra intellettuale benestante: i nuovi divari euroamericani

16. Social-nativismo: la trappola identitaria post-coloniale

17. Elementi di un socialismo partecipato nel XXI secolo

Conclusioni





Avvertenza per i lettori e ringraziamenti


Questo libro è sostanzialmente la continuazione del Capitale nel XXI secolo (2013), ma può essere letto indipendentemente da quel testo. Come la mia opera precedente, anche questa è il risultato di un lavoro collettivo, nel senso che non avrebbe mai potuto essere pubblicata senza la partecipazione e il supporto di molti amici e colleghi. Sono comunque io l’unico responsabile delle interpretazioni e delle analisi svolte nelle pagine che seguono; ma da solo non avrei mai potuto raccogliere tutte le fonti storiche che costituiscono la base di questa ricerca.

Mi riferisco in particolare ai dati raccolti nel World Inequality Database (http://WID.world). Quel progetto si basa sul lavoro coordinato di oltre 100 ricercatori e copre più di 80 paesi in tutti i continenti. Offre la più vasta base di dati attualmente disponibile sull’evoluzione storica delle disuguaglianze, di reddito e di patrimonio, sia fra i diversi paesi sia all’interno dei singoli paesi. In questo libro ho anche raccolto molte altre fonti e materiali relativi a periodi, paesi o specifici aspetti delle disuguaglianze che non erano stati adeguatamente coperti nel WID.world, come per esempio le società preindustriali o le società coloniali, nonché le disuguaglianze di istruzione, di genere, di razza, di religione, di status, di credo o relative ad atteggiamenti politici ed elettorali.

I lettori che desiderano informazioni dettagliate sull’insieme delle fonti storiche, sulla bibliografia e sui metodi utilizzati in questo libro sono invitati a consultare l’allegato tecnico disponibile online (perché nel testo o nelle note a piè pagina è stato possibile citare solo le fonti e i riferimenti principali): http://piketty.pse.ens.fr/files/AnnexeKIdeologie.pdf.

Sono disponibili online anche tutte le serie statistiche, i grafici e le tabelle presentate nel libro: http://piketty.pse.ens.fr/ideologie.

Il lettore interessato troverà nell’allegato tecnico online molti grafici e dati supplementari che non sono stati inseriti nel libro per non appesantirlo e ai quali mi riferisco nelle note a piè di pagina.

Ringrazio in modo particolare Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, che lavorano con me nel progetto WID.world e nel Laboratorio sulle disuguaglianze nel mondo all’École d’Économie de Paris e alla Berkeley University (California). Nell’ambito di questo progetto è stato recentemente pubblicato Rapporto mondiale sulle disuguaglianze nel mondo 2018 (http://wir2018.wid.world – La nave di Teseo, 2019), che ho ampiamente utilizzato in questo libro. Voglio altresì ringraziare le istituzioni che hanno reso possibile questo progetto, in primo luogo l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), dove insegno dal 2000, una delle pochissime istituzioni dove si incontrano e dialogano tutte le discipline della sociologia, ma anche l’École Normale Supérieure e tutti gli altri istituti che nel 2007 hanno unito le loro forze per creare e far vivere l’École d’Économie de Paris, una scuola che contribuirà, io spero, allo sviluppo, all’inizio di questo XXI secolo, di un’economia politica e storica multipolare e multidisciplinare.

Vorrei anche ringraziare per il prezioso aiuto Lydia Assouad, Abhijit Banerjee, Adam Barbe, Charlotte Bartels, Nitin Bharti, Asma Benhenda, Erik Bengtsson, Yonatan Berman, Thomas Blanchet, Cécile Bonneau, Manon Bouju, Jérôme Bourdieu, Antoine Bozio, Cameron Campbell, Guillaume Carré, Guilhem Cassan, Amélie Chelly, Bijia Chen, Denis Cogneau, Léo Czajka, Richard Dewever, Mark Dincecco, Anne-Laure Delatte, Mauricio de Rosa, Esther Duflo, Luis Estevez Bauluz, Ignacio Flores, Juliette Fournier, Bertrand Garbinti, Amory Gethin, Yajna Govind, Jonathan Goupille-Lebret, Julien Grenet, Jean-Yves Grenier, Malka Guillot, Pierre-Cyrille Hautcoeur, Stéphanie Hennette, Simon Henochsberg, Cheuk Ting Hung, Thanasak Jenmana, Francesca Jensenius, Fabian Kosse, Attila Lindner, Noam Maggor, Clara Martinez-Toledano, Ewan McGaughey, Cyril Milhaud, Marc Morgan, Éric Monnet, Mathilde Munoz, Alix Myczkowski, Delphine Nougayrède, Filip Novokmet, Katharina Pistor, Gilles Postel-Vinay, Jean-Laurent Rosenthal, Nina Roussille, Guillaume Sacriste, Aurélie Sotura, Alessandro Stanziani, Blaise Truong-Loï, Antoine Vauchez, Sebastian Veg, Marlous van Waijenburg, Richard von Glahn, Daniel Waldenström, Li Yang, Tom Zawisza, Roxane Zighed, come anche tutti gli amici e colleghi del Centre d’Histoire Économique et Sociale François Simiand e del Centre de Recherches Historiques dell’EHESS e dell’École d’Économie de Paris.

Questo libro si è inoltre arricchito grazie ai molti dibattiti e alle discussioni alle quali ho avuto modo di partecipare dopo la pubblicazione nel 2013 del Capitale nel XXI secolo. Per buona parte degli anni dal 2014 al 2016 ho viaggiato in tutto il mondo incontrando lettori, ricercatori, critici e cittadini interessati al dibattito. Ho partecipato a centinaia di discussioni incentrate sul mio libro e sulle domande che sollevava. Tutti questi incontri sono stati per me una grande opportunità di apprendimento e un’occasione per approfondire il mio pensiero sulla dinamica storica delle disuguaglianze.

Fra i molti limiti del mio libro precedente, due in particolare meritano di essere ricordati: è stato troppo incentrato sull’Occidente, ha dedicato uno spazio eccessivo all’esperienza storica dei paesi ricchi (Europa occidentale, America del Nord e Giappone). Pur essendo, in parte, una conseguenza della difficoltà di accedere a fonti storiche adeguate per gli altri paesi e regioni del mondo, ciò ha nondimeno comportato una considerevole limitazione della prospettiva e della riflessione complessive. Il secondo aspetto da segnalare è che il mio libro del 2013 ha trattato l’evoluzione politico-ideologica delle disuguaglianze e della redistribuzione della ricchezza come se fosse una specie di scatola nera. È vero che ho proposto una serie di ipotesi sul problema, per esempio sui cambiamenti delle narrative e degli atteggiamenti politici di fronte alle disuguaglianze e alla proprietà privata provocati nel XX secolo dalle due guerre mondiali, dalle crisi economiche e dalla sfida comunista, ma senza affrontare a fondo il problema dell’evoluzione delle ideologie della disuguaglianza. Cosa che cerco di fare in modo molto più esplicito in questo nuovo lavoro, ricollocando inoltre il problema in un quadro temporale, spaziale e comparativo molto più ampio.

Grazie al successo del libro del 2013 e al supporto di tanti cittadini, ricercatori e giornalisti, sono riuscito ad accedere a fonti fiscali e storiche che molti governi fino a oggi si erano rifiutati di rendere disponibili, per esempio in Brasile e in India, in Sudafrica e in Tunisia, nel Libano e in Costa d’Avorio, in Corea e a Taiwan, in Polonia e in Ungheria e, anche se in modo purtroppo più limitato, in Cina e in Russia. Questo mi ha consentito di uscire dal quadro strettamente occidentale e di sviluppare un’analisi più rappresentativa delle diversità dei regimi basati sulla disuguaglianza, delle traiettorie e dei possibili punti di biforcazione. Soprattutto, questi anni di incontri, di scambi e di conferenze mi hanno dato la possibilità di imparare e di riflettere meglio sulla dinamica politico-ideologica delle disuguaglianze, di utilizzare nuove fonti sulle narrative e sugli atteggiamenti politici con i quali si affrontano le disuguaglianze e di scrivere un libro a mio parere più ricco del precedente, pur essendone la continuazione. Ed ecco il risultato: ognuno di voi lo potrà giudicare.

Per chiudere, nulla sarebbe stato possibile senza la mia famiglia. Sono passati sei anni di serenità dalla redazione e pubblicazione del Capitale nel XXI secolo. Le mie tre care figlie sono diventate giovani donne (o quasi: ti mancano solo due anni, Hélène, per raggiungere Deborah e Juliette!). Senza il loro affetto e la loro energia la vita non sarebbe la stessa. Con Julia, non abbiamo mai smesso di viaggiare, di avere scambi, di incontrarci, di rileggerci, di riscriverci, di rifare il mondo. Solo lei sa quanto questo libro le sia debitore, quanto io le sia debitore. Ed ecco il seguito!





Introduzione


Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare. Ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie finalizzate a legittimare la disuguaglianza, quale è o quale dovrebbe essere, e a descrivere le regole economiche, sociali e politiche che permettono di strutturare l’insieme. Da questo confronto, che è al tempo stesso intellettuale, istituzionale e politico, emergono in genere una o più narrative dominanti sulle quali si fondano i regimi basati sulla disuguaglianza in essere.

Nelle società contemporanee, si tratta in particolare della narrativa proprietarista,1 imprenditoriale e meritocratica: la disuguaglianza moderna è giusta, perché è la conseguenza di un processo liberamente scelto nel quale ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato e alla proprietà e nel quale ciascuno gode naturalmente del vantaggio derivante dal patrimonio dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili. Condizioni che ci collocherebbero dunque agli antipodi della disuguaglianza delle società tradizionali, che si fondava su sperequazioni statutarie rigide, arbitrarie e spesso dispotiche.

Il problema è che questa grande narrazione proprietarista e meritocratica, che ha conosciuto un primo momento di gloria nel XIX secolo, dopo il crollo delle società classiste dell’ancien régime, e ha subito una riformulazione radicale di portata mondiale dalla fine del XX secolo, a seguito della caduta del comunismo sovietico e del trionfo dell’ipercapitalismo, è diventata sempre più fragile. Conduce infatti a contraddizioni che prendono forme molto diverse in Europa e negli Stati Uniti, in India e in Brasile, in Cina e in Sudafrica, in Venezuela e in Medio Oriente. Peraltro queste differenti traiettorie, derivate da vicende storiche specifiche e in parte collegate, in questo inizio di XXI secolo risultano sempre più strettamente interconnesse. Solo una visione transnazionale può consentire di comprendere meglio tali fragilità e di concepire una narrazione alternativa.

Di fatto, a partire dagli anni ottanta-novanta del Novecento la crescita delle disuguaglianze socioeconomiche si registra in quasi tutte le regioni del mondo. In alcuni casi il fenomeno è diventato così evidente che è ormai sempre più difficile giustificarlo in nome dell’interesse generale. Si è aperto inoltre un po’ dappertutto un gigantesco abisso fra i proclami meritocratici ufficiali e i problemi che devono affrontare le classi più disagiate per accedere all’istruzione e alla sicurezza economica. La narrativa meritocratica e imprenditoriale sembra spesso un modo molto comodo, per i privilegiati del sistema economico attuale, di giustificare qualunque livello di disuguaglianza senza nemmeno doverlo analizzare, stigmatizzando allo stesso tempo chi soccombe per le sue mancanze: di merito, di capacità e di diligenza. Questa colpevolizzazione dei più poveri non esisteva o, almeno, non era così esplicita nei precedenti regimi basati sulla disuguaglianza, che sottolineavano invece la complementarità funzionale dei diversi gruppi sociali.

La disuguaglianza moderna è poi caratterizzata da un insieme di pratiche discriminatorie e di privilegi di status ed etno-religiosi la cui violenza viene mistificata dalla favoletta meritocratica, violenza che ci riporta alle forme più brutali delle disuguaglianze antiche, dalle quali pretendiamo di essere diversi. Si possono citare a questo proposito le discriminazioni delle quali sono vittime uomini e donne senza fissa dimora o che provengono da determinati quartieri o che sono di una particolare origine etnica. Pensiamo anche ai migranti che annegano nel Mediterraneo. Di fronte a queste contraddizioni, e in mancanza di una nuova visione universalista ed egualitaria credibile, che consenta di affrontare la sfida delle disuguaglianze economiche, delle migrazioni e del cambiamento climatico incombente, c’è da temere che la narrativa identitaria e nazionalista prenda sempre più campo come potente piattaforma alternativa, come è avvenuto in Europa nella prima metà del XX secolo, e come di nuovo sta avvenendo in diverse regioni del mondo all’inizio di questo XXI secolo.

È stata la prima guerra mondiale a lanciare il movimento che ha prima distrutto e poi ridefinito la grande disuguaglianza della globalizzazione commerciale e finanziaria avvenuta durante la belle époque (1880-1914), epoca che è sembrata “bella” solo a fronte della massacrante violenza che seguì, e che in verità lo fu solo per i signori e in modo più specifico per i signori bianchi. Se non si interviene a fondo sull’attuale sistema economico della disuguaglianza per renderlo più equo e stabile, riducendo la disuguaglianza economica, sia fra i paesi sia all’interno dei paesi, il “populismo” xenofobo e i suoi possibili futuri successi elettorali potrebbero rapidamente innescare il movimento di distruzione della globalizzazione ipercapitalista e digitale degli anni 1990-2020.

La conoscenza e la storia sono i migliori strumenti per prevenire questo rischio. Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze, e tali giustificazioni contengono sempre un misto di verità e di esagerazione, di fantasia e di miseria, di idealismo e di egoismo. Un regime basato sulla disuguaglianza intesa nel senso che si descriverà in questo studio si caratterizza con una serie di narrative e di dispositivi istituzionali finalizzati a giustificare e a strutturare le disuguaglianze economiche, sociali e politiche di una specifica società. Ogni regime ha i suoi punti deboli e per sopravvivere deve ridefinirsi continuamente, spesso in modo conflittuale e violento, ma sempre basandosi su esperienze e conoscenze condivise. Questo libro ha per oggetto la storia e l’evoluzione dei regimi basati sulla disuguaglianza. Con la raccolta di documentazione storica relativa a società molto lontane fra di loro, che spesso si ignorano e rifiutano di paragonarsi le une alle altre, spero di contribuire a una migliore comprensione delle trasformazioni in corso, in una prospettiva globale e transnazionale.

Da questa analisi storica emerge un’importante conclusione: è stata la lotta per l’uguaglianza e per l’istruzione che ha permesso il progresso umano e lo sviluppo economico, e non la sacralizzazione della proprietà, della stabilità e della disuguaglianza. La nuova narrazione dell’iperdisuguaglianza che si è affermata a partire dagli anni ottanta e novanta del Novecento è in parte il prodotto della storia e del disastro comunista. Ma è anche il frutto dell’ignoranza e della separazione dei saperi, e ha fortemente contribuito ad alimentare il fatalismo e le attuali derive identitarie. Riprendendo il filo della storia in una prospettiva pluridisciplinare, è possibile concepire una narrativa più equilibrata, e definire i contorni di un nuovo socialismo partecipativo per il XXI secolo; un nuovo orizzonte egualitario tendenzialmente universale, una nuova ideologia dell’uguaglianza, della proprietà sociale, dell’istruzione e della condivisione dei saperi e dei poteri, con un atteggiamento più ottimista sulla natura umana e anche più preciso e convincente rispetto alle precedenti narrazioni, perché più vicino alla lezione della storia globale. Ciascuno, poi, sarà libero di fare le sue valutazioni e di riprendere queste lezioni fragili e provvisorie per elaborarle e portarle avanti.

Prima di descrivere l’organizzazione di questo libro e la struttura della mia esposizione storica, dalle antiche società ternarie e schiaviste alle società post-coloniali e ipercapitaliste moderne, desidero presentare le fonti principali a cui ho attinto, e spiegare la relazione fra questo lavoro e la mia opera precedente, Il capitale nel XXI secolo. Ma prima è necessario che io spenda qualche parola sulla nozione di ideologia utilizzata in questo studio.





Che cos’è un’ideologia?


In questo libro voglio provare a usare la nozione di ideologia in modo positivo e costruttivo, cioè come un insieme di idee e di narrazioni a priori plausibili e intese a descrivere come si dovrebbe strutturare la società. L’ideologia sarà inquadrata nelle sue dimensioni che sono al tempo stesso sociali, economiche e politiche. Un’ideologia è un tentativo più o meno coerente di dare risposte a un insieme di problemi, quanto mai ampi, relativi all’organizzazione desiderabile o ideale della società. Considerata la complessità dei problemi da affrontare, è ovvio che nessuna ideologia potrà mai contare su un’adesione piena e totale da parte di tutti: il conflitto e il confronto ideologico fanno intrinsecamente parte dell’ideologia stessa. Eppure, ogni società non ha altra scelta se non quella di tentare di rispondere a questi problemi, spesso sulla base della sua esperienza storica e talvolta anche di quella delle altre società. In generale, il singolo individuo si sente in dovere di avere un’opinione su questi problemi fondamentali ed esistenziali, per quanto imprecisa e insoddisfacente possa essere.

Si tratta in particolare del problema del regime politico, cioè l’insieme di regole che descrivono una comunità e il suo territorio, i meccanismi che permettono di prendere le decisioni collettive e i diritti politici dei suoi membri. Tutto questo include le diverse forme di partecipazione politica, il ruolo dei cittadini e degli stranieri, dei presidenti e delle assemblee, dei ministri e dei re, dei partiti e delle elezioni, degli imperi e delle colonie.

Si tratta anche del problema del regime della proprietà, l’insieme delle regole che descrivono le diverse forme possibili di possesso e le procedure legali e pratiche che definiscono e regolano i rapporti di proprietà fra i gruppi sociali interessati: il ruolo della proprietà privata e pubblica, immobiliare e finanziaria, fondiaria e mineraria, schiavile e servile, intellettuale e immateriale, nonché i rapporti tra proprietari e locatari, nobili e contadini, padroni e schiavi, azionisti e salariati.

Ogni società, ogni regime basato sulla disuguaglianza, si caratterizza per un insieme di risposte, più o meno coerenti e stabili, al problema del regime politico e al problema del regime della proprietà. Queste due serie di risposte e di narrative sono spesso strettamente legate fra di loro, perché in linea di massima derivano entrambe da una medesima teoria della disuguaglianza sociale e della sperequazione fra i diversi gruppi sociali in essere (disuguaglianza e sperequazione vere o presunte, legittime o deprecabili). In genere implicano svariati altri dispositivi intellettuali e istituzionali, in particolare un sistema dell’istruzione (cioè le regole e le istituzioni che organizzano la trasmissione di tradizioni spirituali e delle conoscenze: famiglie e chiese, padri e madri, scuole e università) e un sistema fiscale (le regole e i dispositivi che permettono di convogliare risorse adeguate agli Stati e alle regioni, ai comuni e agli imperi, come anche a una serie di organizzazioni sociali, religiose e collettive di varia natura). Per questo, le risposte che vengono date alle differenti dimensioni dei problemi possono essere molto diverse. Si può essere d’accordo sul regime politico e non sul regime della proprietà, oppure su uno specifico aspetto del sistema fiscale o dell’istruzione ma non su altri aspetti. Il conflitto ideologico è quasi sempre articolato su molte dimensioni, anche se può succedere che uno specifico aspetto assuma un’importanza prioritaria, magari per un periodo limitato di tempo, cosa che può dare l’illusione di un consenso maggioritario e promuovere talora un’ampia mobilitazione collettiva che porta poi a trasformazioni storiche di grande portata.





I confini e la proprietà


Per semplificare, si può dire che ogni ideologia e ogni regime basato sulla disuguaglianza si fonda su una teoria dei confini e su una teoria della proprietà.

Prima bisogna affrontare il problema dei confini. È necessario definire chi fa parte della comunità umana e politica alla quale ci si riferisce e chi non ne fa parte, su quale territorio e con quali istituzioni si debba governare, e come si debbano organizzare i rapporti con le altre comunità nell’ambito della più vasta comunità universale degli uomini (che, a seconda delle ideologie, può essere più o meno riconosciuta come tale). È una questione che in larga parte riguarda il problema del regime politico, ma che richiede anche una risposta immediata ai problemi relativi alla disuguaglianza sociale, in particolare a quelli che dividono i cittadini dagli stranieri.

Bisogna poi riscontrare anche il problema della proprietà: è possibile possedere altri individui, i terreni agricoli, gli immobili, le imprese, le risorse naturali, le conoscenze, le azioni, il debito pubblico; e secondo quali modalità pratiche e in base a quale sistema legale e giuridico devono essere organizzati i rapporti tra proprietari e non proprietari e la continuità nel tempo di questi rapporti? I problemi relativi al sistema della proprietà, al sistema dell’istruzione e al sistema fiscale hanno un impatto strutturale sulle disuguaglianze sociali e sulla loro evoluzione.

Nella maggior parte delle società tradizionali, i problemi del regime politico e quelli del regime della proprietà – ovvero la questione del potere sugli individui e quella del potere sulle cose (o meglio sugli oggetti del possesso, che talvolta sono persone, come nel caso della schiavitù, e che in ogni caso hanno un impatto determinante sui rapporti di potere tra le persone) – sono legati in modo diretto e immediato. Come emerge in modo molto evidente nelle società schiaviste, dove i due problemi in gran parte si sovrappongono: certi individui possiedono altri individui, dei quali sono al contempo i governanti e i proprietari.

Lo stesso accade, ma in modo meno esplicito, nelle società ternarie o “trifunzionali” (cioè divise in tre classi funzionali: una classe clericale e religiosa, una classe aristocratica e guerriera, una classe plebea e lavoratrice). In questo schema storico, che si osserva nella maggior parte delle civiltà premoderne, le due classi dominanti sono inseparabilmente classi dirigenti dotate di poteri sovrani (sicurezza e giustizia) e classi di possidenti. Per secoli, il landlord è stato il signore delle persone che lavoravano sulle terre e il padrone delle terre stesse.

Le società dei proprietari, che fiorirono particolarmente in Europa nel XIX secolo, cercano al contrario di separare rigorosamente il problema del diritto alla proprietà (ritenuto universale e aperto a tutti) da quello del potere sovrano (ormai monopolio dello Stato centralizzato). Il regime politico e il regime della proprietà restano comunque strettamente legati, in parte perché i diritti politici sono rimasti per molto tempo riservati ai possidenti, nel quadro dei regimi politici detti “censitari” (basati sul censo), e in parte perché, più in generale, una molteplicità di regole costituzionali continuarono (e continuano tuttora) a limitare drasticamente la possibilità, per una maggioranza politica, di ridefinire il regime di proprietà secondo modalità legali e pacifiche.

Vedremo in seguito che il problema del regime politico e quello del regime della proprietà sono sempre stati inestricabilmente legati, dal tempo delle antiche società ternarie e schiaviste, fino alle moderne società post-coloniali e ipercapitaliste, passando per le società dei proprietari e le società comuniste e socialdemocratiche che si svilupparono come reazione alle crisi di identità e disuguaglianza provocate dalle società dei proprietari.

Per questa ragione propongo di analizzare queste trasformazioni storiche utilizzando la nozione di “regime della disuguaglianza”, che comprende le disuguaglianze del regime politico e quelle del regime di proprietà (o anche del sistema dell’istruzione e di quello fiscale) e consente di percepirne meglio la coerenza. Per descrivere i vincoli strutturali e durevoli, ancora presenti nel mondo attuale, che legano regime politico e regime di proprietà, si può citare la totale assenza di un meccanismo democratico che consenta a una maggioranza di cittadini dell’Unione Europea (e a maggior ragione di cittadini del mondo) di adottare un progetto redistributivo anche minimo o una minima tassa per lo sviluppo comune, questo a causa del diritto di veto fiscale che ogni paese detiene, per quanto esigua sia la sua popolazione e nonostante i vantaggi che essa trae dalla sua integrazione commerciale e finanziaria nel sistema.

In termini più generali, il dato essenziale è che la disuguaglianza odierna è fortemente e potentemente strutturata dal sistema dei confini, delle nazionalità e dei diritti sociali e politici a questo associati. Un dato che contribuisce a generare, all’inizio del XXI secolo, conflitti ideologici violenti e multidimensionali sui problemi della disuguaglianza, sui problemi identitari e sui problemi delle migrazioni, cosa che complica molto la costituzione di coalizioni maggioritarie in grado di controllare la crescita delle disuguaglianze. In pratica, le divisioni etno-religiose e nazionali impediscono spesso alle classi popolari di origine diversa e provenienti da paesi differenti di riunirsi in un’unica coalizione politica, cosa che può fare il gioco dei più ricchi e della deriva della disuguaglianza, in mancanza di un’ideologia e di una piattaforma programmatica credibili e in grado di convincere i gruppi sociali più svantaggiati che ciò che li unisce è più importante di ciò che li divide. Questi problemi verranno trattati al momento opportuno. Qui voglio solo insistere sul fatto che lo stretto legame tra regime politico e regime di proprietà corrisponde a una realtà antica, strutturale e connotata da permanenza temporale, che non può essere correttamente analizzata se non nell’ambito di una prospettiva storica ampia e transnazionale.





Prendere sul serio l’ideologia


La disuguaglianza non è economica o tecnologica: è ideologica e politica. Questa è la conclusione più evidente dell’indagine storica qui presentata. Il mercato e la concorrenza, il profitto e il salario, il capitale e il debito, i lavoratori qualificati e non qualificati, i soggetti nazionali e gli stranieri, i paradisi fiscali e la competitività non esistono in quanto tali. Sono categorie sociali e storiche che dipendono interamente dal sistema legale, fiscale, dell’istruzione e politico che si sceglie di istituire e dalle categorie che ne derivano. Scelte che rimandano prima di tutto alla concezione che ogni società si forma della giustizia sociale e dell’economia giusta, oltre che dei rapporti di forza politico-ideologici fra i diversi gruppi e fra le diverse narrazioni. Il punto importante è che tali rapporti di forza non sono solamente materiali: sono anche, e soprattutto, intellettuali e ideologici. In altre parole, le idee e le ideologie contano, nella storia. Permettono, costantemente, di immaginare e di strutturare mondi nuovi e società diverse. Sono sempre possibili molteplici traiettorie.

Questo approccio si distingue dai tanti discorsi conservatori finalizzati a dimostrare che esistono dei fondamenti “naturali” delle disuguaglianze. In modo non così sorprendente, le élite delle diverse società, in tutte le epoche e a tutte le latitudini, tendono spesso a descrivere le disuguaglianze come “naturali”, cercando di rappresentarne i fondamenti come naturali e obiettivi, spiegando che le sperequazioni sociali esistenti sono “necessarie” nell’interesse dei più poveri e della società in generale e che, in ogni caso, la loro attuale struttura è la sola concepibile, né sarebbe possibile modificarla in modo sostanziale senza provocare enormi danni. L’esperienza storica dimostra il contrario: le disuguaglianze variano notevolmente nel tempo e nello spazio, sia nella loro dimensione sia nella loro struttura, e cambiano con modalità e rapidità tali da aver spesso colto di sorpresa i contemporanei. Un fatto che talvolta ha provocato gravi danni. Ma nel complesso, le diverse crisi e i diversi cambiamenti rivoluzionari e politici che hanno permesso di ridurre e di trasformare le disuguaglianze del passato sono stati un grande successo e hanno poi fatto nascere le nostre istituzioni più preziose, precisamente quelle che hanno permesso all’idea di progresso di diventare una realtà (il suffragio universale, la scuola gratuita e obbligatoria, l’assistenza sanitaria pubblica, il sistema tributario progressivo). È molto probabile che lo stesso si verifichi anche in futuro. Le attuali disuguaglianze e le istituzioni odierne non sono le sole possibili, contrariamente a quello che possono pensare i conservatori: anch’esse saranno chiamate a trasformarsi e a reinventarsi continuamente.

D’altra parte, questo approccio centrato sulle ideologie, sulle istituzioni e sulla diversità delle traiettorie possibili è differente anche da certe dottrine, qualificate talvolta come “marxiste”, secondo le quali la situazione del potere economico e dei rapporti di produzione determinerebbero quasi automaticamente la “sovrastruttura” ideologica di una società. Io insisto, al contrario, sul fatto che esista una sostanziale autonomia della sfera delle idee, che è la sfera ideologico-politica. Per una stessa fase di sviluppo dell’economia e delle forze produttive (se queste parole hanno un senso, cosa che non è sicura), vi è sempre una molteplicità di regimi ideologici, politici e di disuguaglianza possibili. Per esempio, la teoria del passaggio automatico dal “feudalesimo” al “capitalismo” dopo la Rivoluzione industriale non permette di rendere conto della complessità e diversità delle traiettorie storiche e politico-ideologiche che si sono registrate nei vari paesi e nelle diverse regioni del mondo, in particolare fra regioni colonizzatrici e regioni colonizzate, come anche all’interno di ogni specifico sistema. E, soprattutto, non consente di trarne gli insegnamenti più utili ai fini degli sviluppi successivi. Per riprendere il filo del nostro discorso, si vede che ci sono sempre state e che ci saranno sempre molte alternative. A tutti i livelli di sviluppo di una società, ci sono molti modi per strutturare un sistema economico, sociale e politico, per definire i rapporti di proprietà, per organizzare un regime fiscale e un sistema dell’istruzione, per gestire un problema di debito pubblico o privato, per regolare i rapporti fra le diverse comunità umane e via di seguito. Ci sono sempre molte possibili vie che permettono di organizzare una società e i rapporti di potere e di proprietà al suo interno, differenze che in genere non riguardano solo elementi di dettaglio: tutt’altro. In particolare, ci sono molti e diversi modi di organizzare i rapporti di proprietà nel XXI secolo, e alcuni di questi possono rappresentare un superamento del capitalismo molto più autentico rispetto alla promessa di distruggerlo senza preoccuparsi di ciò che verrà dopo.

Lo studio delle diverse traiettorie storiche e delle molte biforcazioni abbandonate del passato è il migliore antidoto sia alla conservazione elitaria, sia all’attendismo rivoluzionario per la “grande occasione”. Attendismo che spesso impedisce di considerare quale potrebbe essere il regime istituzionale e politico autenticamente progressista da istituire all’indomani della “grande occasione”, e che, in genere, si risolve nell’accettazione di un potere statale al contempo ipertrofico e indefinito, che alla fine si può rivelare non meno pericoloso della sacralizzazione proprietarista che si pretendeva di abbattere. Un simile atteggiamento ha provocato nel XX secolo pesanti danni umani e politici, dei quali ancora oggi paghiamo il prezzo. Il fatto che il post-comunismo (nella sua declinazione russa, come in quella cinese e anche, per certi aspetti, est-europea, nonostante le differenze delle diverse traiettorie) sia diventato, all’inizio del XXI secolo, il migliore alleato dell’ipercapitalismo è la conseguenza dei disastri del comunismo stalinista e maoista e dell’abbandono di qualsiasi ambizione egualitaria e internazionalista. Il disastro comunista è riuscito addirittura a far passare in secondo piano i danni provocati dalle ideologie schiaviste, colonialiste e razziste, nonché i profondi legami che le collegavano all’ideologia proprietarista e ipercapitalista: un’impresa davvero non da poco.

Nei limiti del possibile in questo libro vorrei tentare di prendere sul serio le ideologie. In particolare, vorrei concedere una possibilità a ogni ideologia del passato recuperandone la specifica coerenza, con particolare riguardo alle ideologie proprietariste, socialdemocratiche e comuniste, ma anche alle ideologie trifunzionali, schiaviste o colonialiste. Parto dal principio che ogni ideologia, per quanto estrema ed eccessiva possa apparire nella difesa di un certo tipo di disuguaglianza o di uguaglianza, esprima a suo modo una certa visione di società giusta e di giustizia sociale. Visione che ha sempre un fondo di plausibilità, di sincerità e di coerenza, dal quale è possibile imparare qualcosa per il futuro, a condizione però di studiare queste traiettorie politico-ideologiche non in modo astratto, astorico e a-istituzionale, ma al contrario nel rispetto del modo in cui si sono incarnate in determinate società e in epoche storiche e istituzioni specifiche, caratterizzate da particolari forme di proprietà e di regime fiscale e dell’istruzione. Queste forme devono essere pensate in maniera rigorosa e senza aver paura di studiarne in modo preciso le regole e le modalità di funzionamento (sistemi legali, aliquote fiscali, risorse per l’istruzione ecc.), senza le quali le istituzioni, come le ideologie, non sono che gusci vuoti, con i quali è impossibile trasformare la società e conquistare uno stabile supporto dei cittadini.

Ciò detto, non ignoro l’esistenza di un uso peggiorativo della nozione di ideologia, uso talvolta anche giustificato. Infatti, spesso viene qualificata come ideologica una visione caratterizzata da dogmatismo e da un assoluto disprezzo per i dati di fatto. Il problema è che quanti si qualificano come pragmatici puri sono spesso i più “ideologici” di tutti (in senso peggiorativo): la loro pretesa post-ideologica non riesce a nascondere il loro disinteresse per i fatti, la loro profonda ignoranza storica, il peso dei loro pregiudizi e del loro egoismo classista. Quando necessario, questo libro sarà molto “fattuale”. Presenterò numerose traiettorie storiche relative alla struttura delle disuguaglianze e alla loro evoluzione nelle varie società, intanto perché si tratta del mio primo interesse come ricercatore, e poi perché sono convinto che l’esame spassionato delle fonti disponibili su questi problemi consenta di far progredire la riflessione collettiva. In particolare, questo consente di mettere a confronto società molto diverse fra di loro, che spesso rifiutano di paragonarsi le une con le altre, convinte (in genere a torto) della loro “eccezionalità” e del carattere unico e incomparabile della loro storia.

Allo stesso tempo so bene che le fonti disponibili non saranno mai sufficienti per dirimere tutte le controversie. L’esame dei “fatti” non consentirà mai di risolvere in modo definitivo il problema del regime politico (o del regime di proprietà, dell’istruzione o fiscale) ideale. Prima di tutto perché i fatti dipendono in larga misura dai dispositivi istituzionali (censimenti, indagini, tasse ecc.) e dalle categorie sociali, fiscali o giuridiche istituite dalle diverse società per descriversi, misurarsi e trasformarsi. I “fatti” stessi sono “costruiti” e non possono essere correttamente compresi se non nel contesto delle interazioni complesse, incrociate e interrelate fra lo strumento critico con il quale vengono osservati e la società oggetto di studio. Ciò evidentemente non significa che con questi strumenti conoscitivi non si possa apprendere nulla di utile, ma piuttosto che ogni tentativo di apprendimento deve tenere conto di questa complessità e di questa referenziale indeterminazione.

In secondo luogo, i problemi studiati – la natura dell’organizzazione sociale, economica e politica ideale – sono troppo complessi perché se ne possa trarre un’unica conclusione con un semplice esame “oggettivo” dei “fatti”, che sarà sempre solo un’immagine riflessa delle limitate esperienze del passato e dei dibattiti parziali ai quali avremo potuto partecipare. Infine, perché è affatto possibile che il regime “ideale” (qualunque significato si scelga di dare a questo termine) non sia unico ma dipenda da molte delle specifiche caratteristiche della società studiata.





Apprendimento collettivo e scienze sociali


Non è peraltro mia intenzione professare un relativismo ideologico generalizzato. È troppo facile, per un ricercatore di scienze sociali, mantenersi equidistante da tutte le diverse credenze senza pronunciarsi. Questo libro prenderà posizione, specie nell’ultima parte, ma cercherò di farlo esponendo nei limiti del possibile la procedura seguita e le ragioni che mi hanno portato su quelle posizioni.

Nella maggior parte dei casi, l’ideologia delle società si evolve prima di tutto in funzione della rispettiva esperienza storica. Per esempio, la Rivoluzione francese nasce, in parte, dal sentimento d’ingiustizia e dalle frustrazioni provocate dall’ancien régime. Dalle rotture che comporta, e dalle trasformazioni che provoca, la Rivoluzione contribuisce a sua volta a trasformare in modo permanente la percezione di un regime della disuguaglianza ideale, in funzione dei successi o degli insuccessi che i diversi gruppi sociali attribuiscono alle diverse esperienze rivoluzionarie, sia nel campo dell’organizzazione politica sia in quello del regime di proprietà o del sistema sociale, fiscale o dell’istruzione. Queste esperienze di apprendimento condizionano le future spaccature politiche e le traiettorie future. Ogni percorso politico-ideologico nazionale può essere considerato come un gigantesco processo di apprendimento collettivo e di sperimentazione storica. Un processo inevitabilmente conflittuale, perché i vari gruppi sociali e politici, oltre a non avere sempre uguali interessi e aspirazioni, non hanno la stessa memoria storica né un’uguale interpretazione degli avvenimenti o delle loro conseguenze sugli svolgimenti futuri. Queste esperienze di apprendimento peraltro contengono spesso anche determinati elementi di consenso nazionale, magari con valenza temporale limitata.

Questi processi di apprendimento collettivo hanno la loro parte di razionalità, ma hanno anche i loro limiti. In particolare, tendono ad avere la memoria corta (spesso bastano pochi decenni per dimenticare le esperienze del nostro paese, o se ne ricorda solo qualche briciola, raramente scelta a caso), e soprattutto, il più delle volte, sono memorie di marca strettamente nazionalista. Non confondiamo le cose: ogni società a volte impara qualcosa dalle esperienze di altri paesi, attraverso la conoscenza che ne ha, e in genere anche tramite gli incontri più o meno violenti tra le diverse società (guerre, colonizzazioni, occupazioni, trattati più o meno giusti... non sempre il modo più sereno e promettente di apprendere). Ma, in sostanza, le diverse visioni del regime politico ideale, del regime di proprietà più desiderabile, nonché del sistema legale, fiscale o dell’istruzione più giusto si formano in base alle esperienze nazionali nei vari settori e ignorano del tutto o quasi le esperienze degli altri paesi, soprattutto quando questi sono percepiti come lontani e depositari di tratti di civiltà, religione o etica molto diversi, oppure quando l’incontro è avvenuto in modo violento (cosa che può consolidare sentimenti di radicale estraneità). Più in generale, questi apprendimenti si basano spesso su rappresentazioni relativamente grossolane e imprecise dei dispositivi istituzionali effettivamente sperimentati in società diverse (cosa che può avvenire comunque anche a livello nazionale o fra paesi vicini). E questo accade sia nel campo della politica sia per i problemi legali, fiscali o dell’istruzione, un fatto che compromette seriamente l’utilità degli insegnamenti che se ne possono trarre.

Evidentemente, questi limiti non sono validi per l’eternità. Cambiano in funzione di una molteplicità di processi di diffusione e di trasmissione delle conoscenze e delle esperienze: scuole e libri, migrazioni e matrimoni, partiti e sindacati, incontri e mobilità, giornali, media e via dicendo. È qui che le scienze sociali possono giocare il loro ruolo. Conducendo un confronto accurato delle esperienze storiche svolte in paesi e in aree culturali e di civiltà differenti, sfruttando nel modo più sistematico possibile le fonti disponibili e studiando l’evoluzione della struttura delle disuguaglianze e dei regimi politico-ideologici nelle diverse società, sono convinto che sia possibile contribuire a una migliore comprensione delle trasformazioni in atto. Soprattutto, un simile approccio comparativo, storico e transnazionale permetterà di formarsi un’idea più precisa di quale potrebbe essere un’organizzazione politica, economica e sociale migliore per le varie società del mondo nel XXI secolo, e soprattutto per la società mondiale, che è la comunità politica umana alla quale tutti apparteniamo. Ma non pretendo certo che le conclusioni che propongo in questo libro siano le sole possibili. Mi sembrano quelle che derivano più logicamente dalle esperienze storiche disponibili e dalla documentazione che presento, e cercherò di esporre nel modo più preciso possibile gli episodi e le analisi comparative che mi sono sembrate più decisive per giustificare ogni specifica conclusione (senza cercare di nascondere l’importanza delle incertezze che permangono). È necessario comunque tenere presente che queste conclusioni dipendono da conoscenze e da ragionamenti caratterizzati anch’essi da seri limiti. Si tratta di un piccolo passo in un grande processo di apprendimento collettivo, e sono io stesso molto curioso e impaziente di scoprire i passi successivi di questa avventura umana.

Voglio anche aggiungere che questo libro non è in alcun modo un libro di lamentazioni: lo dico per coloro che si lamentano della crescita delle disuguaglianze e delle derive identitarie, e anche per coloro che temono che anch’io mi lamenti. Per quanto mi concerne sono invece un ottimista per natura, e il mio scopo principale è contribuire a trovare soluzioni ai problemi emergenti. Anziché voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, non è per nulla vietato meravigliarsi per l’incredibile capacità delle società umane d’immaginare sempre nuovi istituti e nuove forme di collaborazione, di tenere insieme milioni (e talvolta centinaia di milioni o addirittura miliardi) di persone che non si sono mai incontrate e che non s’incontreranno mai e che potrebbero benissimo ignorarsi, o al limite distruggersi, invece di sottomettersi a regole pacifiche, nonostante si sappia così poco sulla natura del regime ideale e dunque delle regole alle quali sarebbe giusto sottomettersi. In ogni caso, anche questa immaginazione istituzionale ha i suoi limiti e deve essere oggetto di un’analisi ragionata. Dire che la disuguaglianza è ideologica e politica, e non economica o tecnologica, non significa che sia possibile far sparire la disuguaglianza come per incanto. Vuol dire, più modestamente, che bisogna prendere sul serio la diversità ideologico-istituzionale delle società umane e che bisogna diffidare di tutti i discorsi che cercano di far passare come naturali le disuguaglianze e di negare l’esistenza di possibili alternative. Questo significa anche che bisogna studiare bene i dispositivi istituzionali e i dettagli delle regole legali, fiscali o dell’istruzione istituite nei diversi paesi, perché sono proprio quelli i dettagli decisivi che in realtà fanno funzionare la collaborazione e che garantiscono (o meno) il progresso dell’uguaglianza, al di là della buona volontà degli uni e degli altri, che deve comunque essere sempre presupposta, ma che non è mai sufficiente, se non si associa a consolidati dispositivi cognitivi e istituzionali. Se riuscirò a comunicare al lettore un po’ di questa ragionata meraviglia, e a convincerlo che le conoscenze storiche ed economiche sono troppo importanti per essere lasciate agli altri, allora il mio obiettivo sarà stato pienamente raggiunto.





Le fonti utilizzate in questo libro: disuguaglianze e ideologie


Questo libro si basa su due grandi categorie di fonti storiche: da una parte le fonti che permettono di misurare l’evoluzione delle disuguaglianze in una prospettiva storica comparativa e multidimensionale (disuguaglianze di reddito, salario, patrimonio, istruzione, genere, età, professione, origine, religione, razza, status ecc.); dall’altra parte le fonti che permettono di studiare la trasformazione delle ideologie, delle credenze politiche, delle rappresentazioni delle disuguaglianze e delle istituzioni economiche, sociali e politiche che ne costituiscono la struttura.

Per quanto concerne le disuguaglianze utilizzerò in particolare i dati raccolti nel quadro del World Inequality Database (WID.world). Si tratta di un progetto che si basa sul lavoro combinato di più di 100 ricercatori in oltre 80 paesi di tutti i continenti. Il progetto fornisce la più ampia base di dati attualmente disponibile sull’evoluzione storica delle disuguaglianze di redditi e patrimoni, sia fra i diversi paesi che all’interno dei vari paesi. Il progetto WID.world è il risultato degli studi storici iniziati con Anthony Atkinson ed Emmanuel Saez all’inizio degli anni Duemila, studi che miravano a generalizzare e ad ampliare le ricerche avviate negli anni 1950-1970 da Simon Kuznets, Atkinson e Allan Harrison.2 Ricerche che si basano su un confronto sistematico delle differenti fonti disponibili, e in particolare sulla contabilità nazionale, sui risultati di indagini e sui dati fiscali e relativi agli atti di successione, che permettono in genere di risalire fino alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, periodo nel quale vennero istituiti in molti paesi sistemi di esazione fiscale progressivi sui redditi e sulle successioni, cosa che ha anche permesso di scoprire molti dati sui patrimoni (le tasse sono sempre uno strumento per generare categorie e conoscenze, e non solo entrate fiscali e malcontento). Per certi paesi la documentazione può risalire alla fine del XVIII o all’inizio del XIX secolo; è questo, in particolare, il caso della Francia, dove la Rivoluzione portò alla precoce istituzione di un sistema unificato di registrazione delle proprietà e della loro trasmissione. Queste ricerche hanno permesso di mettere in una prospettiva storica di lungo periodo il fenomeno dell’incremento delle disuguaglianze osservato a partire dagli anni ottanta e novanta del Novecento e anche di documentare il dibattito mondiale su questi problemi, come dimostra l’interesse suscitato da Il capitale nel XXI secolo, pubblicato nel 2013, e dal World Inequality Report 2018.3 Questo interesse è anche una dimostrazione del profondo bisogno di democratizzazione delle conoscenze economiche e di partecipazione politica. In società sempre più istruite e informate è sempre meno accettabile lasciare i problemi economici e finanziari a un ristretto gruppo di esperti di dubbia competenza, ed è normale che gruppi sempre più numerosi di cittadini cerchino di farsi la loro opinione e di impegnarsi direttamente. L’economia è il cuore della politica; non la si può delegare, come non si può delegare la democrazia.

I dati disponibili sulle disuguaglianze restano sfortunatamente incompleti, in particolare per la mancanza di trasparenza economica e finanziaria e per la difficoltà di accesso alle fonti fiscali, amministrative e bancarie in troppi paesi. Grazie alla collaborazione di centinaia di cittadini, ricercatori e giornalisti, siamo riusciti negli ultimi anni ad avere accesso a nuove fonti che i governi dei vari paesi si erano fino a oggi rifiutati di mettere a disposizione, per esempio in Brasile e in India, in Sudafrica e in Tunisia, in Libano e in Costa d’Avorio, in Corea e a Taiwan, in Polonia e in Ungheria e, purtroppo in modo più limitato, in Cina e in Russia. Fra i molti limiti del mio libro del 2013, uno dei più evidenti è stato il suo occidentalcentrismo, nel senso che ha lasciato eccessivo spazio all’esperienza storica dei paesi detti “occidentali” (Europa occidentale, America del Nord, Giappone). Questo è conseguenza delle difficoltà di accesso a fonti storiche adeguate per gli altri paesi. I dati inediti ora disponibili dal WID.world mi permettono in questo nuovo libro di superare l’ambito occidentale e di svolgere un’analisi più ricca dei diversi regimi basati sulla disuguaglianza e delle traiettorie e biforcazioni possibili. Nonostante questo progresso, devo comunque sottolineare che i dati disponibili continuano a essere decisamente insufficienti, per quanto concerne sia i paesi ricchi che quelli poveri.

In questo libro ho anche raccolto molte altre fonti e materiali su periodi, paesi o aspetti delle disuguaglianze che non sono stati adeguatamente trattati nel WID.world, per esempio sulle società preindustriali o sulle società coloniali, nonché sulle disuguaglianze di status, professionali, di istruzione, di genere, di razza o di religione.

Per quanto concerne le ideologie, le fonti utilizzate saranno naturalmente molto diverse. Continuerò a consultare le fonti classiche: dibattiti parlamentari, discorsi politici, programmi e piattaforme elettorali dei partiti. Utilizzerò i testi dei pensatori teorici come quelli degli attori della politica, perché sia gli uni sia gli altri giocano un ruolo importante nella storia. Ci danno un contributo complementare sugli schemi giustificativi della disuguaglianza correnti nelle diverse epoche. Questo vale, per esempio, per i testi vescovili dell’inizio dell’XI secolo che giustificavano l’organizzazione trifunzionale della società in tre classi (clero, nobiltà guerriera e lavoratori), come anche per l’autorevole trattato neoproprietarista e semidittatoriale pubblicato all’inizio degli anni ottanta del Novecento da Friedrich von Hayek (Legge, legislazione e libertà), e per gli scritti degli anni trenta dell’Ottocento del senatore democratico della Carolina del Sud e vicepresidente degli Stati Uniti John Calhoun intesi a giustificare “la schiavitù come bene positivo” (slavery as a positive good). Lo stesso vale anche per i testi del presidente Xi Jinping e del Global Times sul sogno neocomunista cinese, che sono altrettanto rivelatori dei tweet di Donald Trump o degli articoli del Wall Street Journal o del Financial Times sulla visione ipercapitalista statunitense e anglosassone. Tutte queste ideologie devono essere considerate seriamente, non solo perché hanno avuto e hanno tuttora un forte impatto sul corso degli eventi, ma anche perché testimoniano, a loro modo, i tentativi (più o meno convincenti) di dare un senso a realtà sociali complesse. Gli uomini non possono fare a meno di tentare di dare un senso alle società nelle quali vivono, per diseguali e ingiuste che siano. Il principio dal quale parto è che ci sia sempre qualcosa da imparare dai diversi schemi ideologici, e che solo un esame dell’insieme delle narrative e delle traiettorie storiche possa permettere di trarre lezioni utili per il futuro.

Dovrò anche ricorrere alla letteratura, che spesso costituisce una delle fonti migliori per illustrare le trasformazioni delle rappresentazioni delle disuguaglianze. Nel Capitale nel XXI secolo avevo usato il romanzo classico europeo del XIX secolo, in particolare i testi di Balzac e di Jane Austen, che offrono un punto di vista unico per osservare le società proprietariste fiorite in Francia e nel Regno Unito nel periodo 1790-1830. Questi due scrittori hanno una conoscenza precisa della gerarchia della proprietà in vigore nel loro ambiente. Ne conoscono perfettamente le motivazioni profonde e i confini segreti, le conseguenze feroci sulla vita di uomini e donne, sulle loro strategie, frequentazioni e alleanze, sulle loro speranze e sulle loro disgrazie. Analizzano la struttura profonda delle disuguaglianze, il modo in cui le si giustifica e le loro implicazioni nella vita di ognuno, con un realismo e una forza evocatrice che nessun discorso politico o testo di scienze sociali può eguagliare.

Avremo modo di vedere che la capacità unica della letteratura di evocare i rapporti di potere e di dominio fra i diversi gruppi sociali, di sentire le percezioni delle disuguaglianze come sono vissute dagli uni e dagli altri, si ritrova in tutte le società e ci può fornire riscontri preziosi su regimi di disuguaglianza molto diversi. In Destino, un magnifico affresco pubblicato per la prima volta nel 2008, pochi anni prima della sua morte, Carlos Fuentes disegna un quadro illuminante del capitalismo messicano e della violenza sociale che attanaglia il suo paese. In Questa terra dell’uomo, pubblicato in lingua originale nel 1980, Pramoedya Ananta Toer ci fa vedere come funziona l’iniquo regime coloniale olandese in Indonesia a cavallo tra XIX e XX secolo, con un realismo e una brutalità che nessuna altra fonte può raggiungere. In Americanah Chimamanda Ngozi Adichie propone, nel 2013, un resoconto fiero e ironico dei percorsi migratori di Ifemelu e di Obinze, dalla Nigeria agli Stati Uniti e all’Europa, e un punto di vista unico su una delle dimensioni più dure del regime della disuguaglianza attuale.

Per studiare le ideologie e le loro trasformazioni, questo libro si basa anche su un uso sistematico e originale delle analisi post-elettorali effettuate nella maggior parte dei paesi nei quali si sono svolte elezioni dopo la seconda guerra mondiale. Nonostante tutti i loro limiti, questi sondaggi forniscono un’immagine incomparabile della struttura e delle dimensioni del conflitto politico, ideologico ed elettorale dagli anni quaranta e cinquanta del Novecento fino alla fine degli anni dieci del Duemila, non solo per quasi tutti i paesi occidentali (in particolare Francia, Stati Uniti e Regno Unito, paesi che analizzerò in modo più dettagliato) ma anche per molti altri paesi che saranno parimenti oggetto del mio studio, in particolare India, Brasile e Sudafrica. Uno dei limiti più importanti del mio libro del 2013, oltre all’occidentalcentrismo, è stata la tendenza a trattare le trasformazioni politico-ideologiche relative alle disuguaglianze e alla redistribuzione come una specie di scatola nera. Ho formulato, beninteso, alcune ipotesi in merito, per esempio sulla trasformazione delle rappresentazioni e degli atteggiamenti politici rispetto alle disuguaglianze e alla proprietà privata nel XX secolo come conseguenza delle guerre mondiali, delle crisi economiche e della sfida comunista, ma senza affrontare a fondo il problema dell’evoluzione delle ideologie basate sulla disuguaglianza. È quello che cerco di fare in modo molto più esplicito in questo nuovo lavoro, collocando la questione in una prospettiva temporale e spaziale più ampia, utilizzando proprio le analisi post-elettorali e le altre fonti che consentono di analizzare l’evoluzione delle ideologie.





Il progresso, il ritorno delle disuguaglianze, la complessità del mondo


Entriamo ora nel vivo della materia. Il progresso esiste, ma è fragile, e in ogni momento può venire massacrato dalle derive della disuguaglianza e dalle derive identitarie del mondo. Il progresso comunque esiste: per convincersene basta osservare l’evoluzione della salute e dell’istruzione nel mondo negli ultimi due secoli (vedi grafico 0.1). La speranza di vita alla nascita nel mondo è passata dalla media di 26 anni circa nel 1820 a 72 anni nel 2020. All’inizio del XIX secolo, la mortalità infantile uccideva circa il 20% dei neonati del mondo nel loro primo anno di vita, contro meno dell’1% odierno. Se si considerano solo le persone che raggiungono il primo anno di vita, la speranza di vita alla nascita è passata da circa 32 anni nel 1820 a 73 anni nel 2020. E ci sono molti altri indicatori: la probabilità per un neonato di raggiungere i 10 anni di vita, quella di un adulto di raggiungere i 60 anni e quella di un anziano di vivere cinque o dieci anni dopo la pensione in buona salute. Per tutti questi indicatori il miglioramento sul lungo termine è stato impressionante. Certo si possono trovare paesi ed epoche in cui la speranza di vita diminuisce, anche in tempi di pace, come per esempio l’Unione Sovietica negli anni settanta del Novecento o gli Stati Uniti negli anni dieci del Duemila, un dato che, in generale, non è un buon segno per i regimi responsabili. Ma sul lungo termine la tendenza positiva è incontestabile, in tutte le regioni del mondo, indipendentemente dai limiti delle fonti demografiche disponibili.4



Il genere umano vive oggi in condizioni di salute mai godute prima nella sua storia; lo stesso vale per l’accesso all’istruzione e alla cultura. L’UNESCO non esisteva all’inizio del XIX secolo e l’alfabetizzazione non era definita come lo è dal 1958 a oggi, cioè come la capacità di una persona di “leggere e scrivere, capendolo, un brano semplice in rapporto con la sua vita giornaliera”. Secondo i dati raccolti in una serie di recenti indagini, si stima che appena il 12% della popolazione mondiale oltre i 15 anni di età si qualificava come alfabetizzata all’inizio del XIX secolo, a fronte di più dell’85% odierno. Anche in questo caso gli indicatori più precisi confermano la diagnosi: il numero medio di anni di scolarizzazione è passato da appena un anno, due secoli fa, a più di otto anni nel mondo odierno e a più di dodici anni nei paesi più avanzati. Al tempo di Austen e di Balzac, meno del 10% della popolazione mondiale aveva accesso alla scuola elementare; al tempo di Adichie e di Fuentes, più della metà delle giovani generazioni nei paesi ricchi va all’università: quello che era stato da sempre un privilegio di classe è ora possibile per la maggioranza della popolazione.

Per rendersi conto dell’importanza delle trasformazioni avvenute, è opportuno tenere presente che sia la popolazione mondiale sia il reddito medio sono aumentati di un fattore 10 rispetto al XVIII secolo. La popolazione è passata da circa 600 milioni nel 1700 a più di 7 miliardi nel 2020, mentre il reddito, nei limiti della possibilità di misurarlo, è passato da un potere d’acquisto medio (espresso in euro 2020) di 80 euro al mese per abitante del pianeta nel 1700, a circa 1000 euro al mese nel 2020 (vedi grafico 0.2). Questi importanti incrementi quantitativi, che – è bene ricordarlo – corrispondono a ritmi di crescita annuale media di appena lo 0,8%, accumulati in più di tre secoli, rappresentano comunque dei “progressi” incontestabili dello stesso ordine di grandezza di quelli che si sono verificati per la salute e per l’istruzione; e provano che forse non è indispensabile una crescita del 5% annuo per garantire il benessere sul pianeta.



In realtà, nei due casi, l’interpretazione di questi fenomeni evolutivi è ambigua, e apre un complesso dibattito sul futuro. La crescita demografica riflette in parte la diminuzione della mortalità infantile e in parte l’aumento della durata media della vita, per cui un numero crescente di genitori invecchia con i figli in vita, che non è cosa da poco. Ma la conseguenza è che se questo tasso di crescita della popolazione continuasse allo stesso ritmo porterebbe in tre secoli a una popolazione di più di 70 miliardi di persone, una cosa che non sembra auspicabile né sostenibile dal pianeta. L’incremento del reddito medio implica da una parte un miglioramento effettivo della qualità della vita e nuove possibilità di viaggi, di divertimento, di incontri e di emancipazione (tre quarti degli abitanti del pianeta nel XVIII secolo vivevano al limite della soglia di sussistenza, mentre oggi quelli in questa condizione sono solo un quinto). Comunque ci sono ancora molti problemi nell’elaborazione degli strumenti contabili nazionali qui utilizzati per valutare l’evoluzione del reddito medio sul lungo termine; strumenti che, inventati in Francia e nel Regno Unito a cavallo tra XVII e XVIII secolo, da allora tentano di misurare il reddito nazionale, il prodotto interno lordo e a volte anche il capitale nazionale dei paesi. Questi strumenti, oltre a essere molto specifici sulle medie e sugli aggregati e poco attenti alle disuguaglianze, solo con molto ritardo e troppo lentamente cominciano a essere usati per il problema della sostenibilità e quello del capitale umano e naturale. Inoltre, non si deve sopravvalutare la loro capacità di esprimere con un unico indicatore le trasformazioni dimensionalmente molto articolate della qualità della vita e del potere d’acquisto su periodi così lunghi.5

In generale i progressi reali in termini di salute, istruzione e potere d’acquisto nascondono grandi disuguaglianze e un’enorme fragilità. Nel 2018, nei paesi europei, nordamericani e nei paesi più ricchi dell’Asia, il tasso di mortalità infantile sotto l’anno di età è stato inferiore allo 0,1%, ma ha raggiunto quasi il 10% nei paesi africani più poveri. Il reddito medio mondiale ha raggiunto i 1000 euro al mese per abitante, ma era di soli 100-200 euro al mese nei paesi più poveri, mentre era superiore a 3000-4000 euro al mese nei paesi più ricchi, e ancora più alto in qualche microparadiso fiscale che alcuni sospettano (con buoni motivi) guadagnino rubando al resto del mondo, quando non si tratti di paesi la cui prosperità si basa su emissioni di CO2 e sul riscaldamento futuro del pianeta. Alcuni progressi sono avvenuti, ma ciò non cambia nulla sulla possibilità di fare meglio o, in ogni caso, di porsi seriamente il problema, invece di crogiolarsi nella beatitudine per i successi del mondo.

Il progresso medio sul lungo termine citato, ancorché incontestabile se si tengono presenti le condizioni di vita nel XVIII secolo e quelle all’inizio del XXI, non deve far dimenticare che è stato accompagnato da fasi di terribile regressione della civiltà e dell’uguaglianza. Le età dei lumi euro-americane e la Rivoluzione industriale furono anche anni di estrema violenza e di dominio proprietarista, schiavista e colonialista, che hanno avuto ampiezza storica senza precedenti nei secoli XVIII, XIX e XX, prima che le stesse potenze europee sprofondassero, negli anni 1914-1945, in una fase di autodistruzione genocida. In seguito, negli anni cinquanta e sessanta del Novecento, le stesse potenze si sono viste costrette alla decolonizzazione, mentre i governi statunitensi completavano l’estensione dei diritti civili ai discendenti degli schiavi. I timori di un’apocalisse nucleare legata al conflitto comunismo-capitalismo erano appena stati dimenticati, dopo il crollo sovietico del 1989-1991, e l’apartheid sudafricana era stata appena abolita nel 1991-1994, ed ecco che nel primo decennio del Duemila il mondo entrava in una nuova sindrome, quella del riscaldamento climatico e di una tendenza generale all’involuzione identitaria e xenofoba; il tutto, questo, in un contesto inedito di recrudescenza delle disuguaglianze socioeconomiche all’interno dei paesi, iniziata negli anni ottanta e novanta del Novecento e drogata da un’ideologia neoproprietarista particolarmente estrema. Pretendere che tutti questi fenomeni, osservati dal XVIII fino al XXI secolo, fossero necessari e indispensabili perché il progresso potesse avvenire non avrebbe alcun senso. Altre traiettorie e altri regimi basati sulla disuguaglianza sono stati possibili, e altre traiettorie e altri regimi con minore disuguaglianza sono sempre possibili.

Se c’è una lezione da apprendere dalla storia mondiale degli ultimi tre secoli, questa è che il progresso non è lineare, e che sarebbe sbagliato presumere che tutto andrà sempre per il meglio, che la libera concorrenza tra poteri statali e tra operatori economici sarà sufficiente a portarci, come per miracolo, all’armonia sociale universale. Il progresso esiste, ma è una battaglia, e deve soprattutto basarsi su un’analisi ragionata delle evoluzioni storiche del passato, con tutto quello che comportano di positivo e di negativo.





Il ritorno delle disuguaglianze: primi dati


La crescita delle disuguaglianze socioeconomiche, osservata nella maggior parte dei paesi e delle regioni del pianeta a partire dagli anni ottanta e novanta del Novecento, rappresenta una delle evoluzioni strutturali più preoccupanti che il mondo si trovi ad affrontare in questo inizio di XXI secolo. Vedremo anche che sarà molto difficile trovare soluzioni alle altre grandi sfide dei nostri tempi, il cambiamento climatico e i movimenti migratori, se non si riesce nello stesso tempo a ridurre le disuguaglianze e a istituire una Giustizia giusta per tutti.

Cominciamo a esaminare come si è evoluto uno degli indicatori più semplici, a vedere cioè come è cambiata la quota parte del reddito totale presa dal decile superiore (cioè il gruppo del 10% dei più ricchi) nei diversi paesi del mondo a partire dal 1980. Se l’uguaglianza sociale fosse assoluta, questa parte dovrebbe essere pari al 10% (cioè il 10% della popolazione totale detiene una quota del 10% del reddito totale); in caso di disuguaglianza assoluta, questa parte dovrebbe essere del 100% (cioè il 10% della popolazione detiene il 100% del reddito totale). In realtà, è evidente che questa parte sarà sempre contenuta tra questi due estremi, con ampie variazioni nel tempo e nello spazio. Nel corso degli ultimi decenni si registra una tendenza all’aumento in quasi tutti i paesi. Se si confrontano i casi di India, Stati Uniti, Russia, Cina ed Europa, si vede anche che la quota parte di reddito nazionale percepita dal decile più alto si collocava nel 1980 intorno al 25-35% del reddito nazionale totale di ognuna di queste regioni, e che nel 2018 si colloca attorno al 35-55% del reddito nazionale totale (vedi grafico 0.3). Tenendo conto dell’ampiezza degli intorni di variabilità, è giusto chiedersi fin dove arriverà questa evoluzione: la quota parte di reddito percepita dal decile superiore arriverà al 55-75% del reddito totale fra qualche decennio, e via di questo passo? Si noterà inoltre che l’ampiezza degli incrementi della disuguaglianza è molto variabile per le diverse regioni, anche per regioni che sono allo stesso livello di sviluppo. Le disuguaglianze sono aumentate molto più rapidamente negli Stati Uniti che in Europa, e molto di più in India che in Cina. Il dettaglio dei dati indica anche che questo aumento delle disuguaglianze è avvenuto in particolare a spese del 50% più povero, di coloro cioè il cui reddito nel 1980, in quelle cinque regioni, era intorno al 20-25% del totale, mentre nel 2018 non è più del 15-20% (e poco più del 10% negli Stati Uniti, e questo è particolarmente inquietante).6



In un quadro temporale più lungo, si vede che nelle cinque grandi regioni del mondo rappresentate nel grafico 0.3 tra il 1950 e il 1980 c’è stato un andamento relativamente equilibrato della disuguaglianza, che dopo quegli anni ha cominciato a crescere (vedi per esempio grafico 0.6). Negli anni 1950-1980 in quelle regioni vi erano regimi politici diversi – regimi comunisti in Cina e in Russia, e democrazie definibili come socialdemocratiche in Europa come anche, per certi versi, negli Stati Uniti e in India, con caratteristiche molto diverse che dovremo studiare in modo preciso – che avevano però come tratto comune quello di promuovere una relativa uguaglianza socioeconomica (che non vuol dire che altre disuguaglianze non abbiano giocato un ruolo essenziale).

Se si osservano altre parti del mondo, si registra l’esistenza di regioni dove la disuguaglianza è molto maggiore (vedi grafico 0.4). Per esempio, il decile più alto nell’Africa subsahariana ha una quota di reddito che è il 54% del reddito totale (e il 65% se ci si concentra sul Sudafrica), il 56% in Brasile e il 64% in Medio Oriente, che nel 2018 risulta essere la regione con la disuguaglianza più alta del mondo (quasi alla pari con il Sudafrica), dove il 50% della popolazione più povera ha una quota di reddito che è solo il 10% del reddito totale.7 Le origini delle disuguaglianze nelle diverse regioni sono molto varie: un’eredità storica pesante legata alle discriminazioni razziali e coloniali e in certi casi allo schiavismo (in particolare in Brasile e in Sudafrica, come per il passato negli Stati Uniti), oltre a fattori più “moderni”, come, nel caso del Medio Oriente, quelli legati alla superconcentrazione di ricchezza di origine petrolifera, successivamente trasformata in stabile ricchezza finanziaria attraverso i mercati internazionali e grazie a un sofisticato sistema legale. La principale caratteristica comune di questi regimi (Sudafrica, Brasile, Medio Oriente) è che si collocano al margine della disuguaglianza del mondo contemporaneo, dove una parte del decile più alto ha un reddito intorno al 55-65% del reddito totale. D’altronde, anche se i dati storici sono approssimativi, sembrerebbe che queste regioni siano sempre state caratterizzate da alti livelli di disuguaglianza: non hanno mai avuto un periodo di equilibrio socialdemocratico dei redditi (e tanto meno comunista).



In sintesi: dal decennio 1980-1990 si sta verificando una crescita delle disuguaglianze in quasi tutte le regioni del mondo, tranne che in quelle che sono sempre state caratterizzate da una forte disuguaglianza. In qualche modo, le regioni che hanno fatto registrare una relativa condizione di uguaglianza negli anni 1950-1980 sembrano avviate a entrare nella zona mondiale caratterizzata da forte disuguaglianza, ma in modo diverso da paese a paese.





Il grafico a forma di elefante: discutere serenamente sulla globalizzazione


La crescita delle disuguaglianze all’interno dei paesi dopo il 1980 è un fenomeno oggi ben documentato e riconosciuto. Ma questa constatazione non significa che ci sia un qualunque accordo sulle soluzioni: il problema cruciale non è tanto il livello della disuguaglianza, quanto piuttosto la sua origine e le modalità con le quali viene giustificata. Per esempio, nei regimi russo e cinese il livello di disuguaglianza monetaria nel 1980 veniva tenuto artificialmente troppo basso, e la crescita delle differenze fra i redditi registrata dopo gli anni ottanta-novanta del Novecento non ha avuto connotazione negativa e anzi ha contribuito a promuovere l’innovazione e la crescita a beneficio di tutti, comprese le classi più modeste, in modo particolare in Cina, dove la povertà è fortemente diminuita. Si tratta di un argomento accettabile, ma solo se utilizzato con moderazione e attenzione sistemica, dopo una verifica attenta degli elementi conoscitivi disponibili. Né il fatto che, in quei due paesi, le disuguaglianze monetarie fossero esageratamente basse nel 1980 può giustificare l’accaparramento personale di ricchezze naturali o di vecchie imprese pubbliche degli anni 2000-2020 da parte degli oligarchi russi e cinesi (che non hanno sempre dimostrato grandi capacità individuali di innovazione, a parte forse l’aver saputo immaginare marchingegni legali e fiscali per mettere al sicuro le loro appropriazioni).

Si potrebbe proporre un analogo argomento anche per il caso indiano, europeo e statunitense: il livello di uguaglianza venne considerato eccessivo negli anni 1950-1980, e fu necessario intervenire, nell’interesse dei più poveri. Questo argomento si scontra però con una serie di difficoltà molto più gravi che nel caso russo e cinese, e comunque non può essere usato per giustificare ogni sorta di aumento delle disuguaglianze, senza nemmeno analizzarlo. Per esempio, sia la crescita statunitense sia quella europea furono più marcate durante il periodo di equilibrio dell’uguaglianza (1950-1980), rispetto al periodo successivo, caratterizzato dall’aumento delle disuguaglianze, e questo solleva seri interrogativi sull’utilità sociale di quest’ultimo. L’aumento delle disuguaglianze osservato dopo il 1980, più importante negli Stati Uniti rispetto all’Europa, non ha peraltro generato una crescita supplementare, e in ogni modo non è stato di beneficio per il 50% dei più poveri, che negli Stati Uniti hanno invece subito una stagnazione completa del loro livello di vita assoluto e un crollo del loro livello relativo. Infine, l’aumento delle disuguaglianze post-1980 in India, più marcato rispetto alla Cina, è stato accompagnato da una crescita decisamente più debole, una doppia punizione per il 50% dei più poveri: una crescita totale debole, e una percentuale minore per loro. Per quanto fragili siano queste argomentazioni, basate sull’idea di una compressione eccessiva degli scarti fra i redditi negli anni 1950-1980 e di un aumento utile delle disuguaglianze a partire dal 1980, devono comunque essere considerate seriamente, almeno fino a un certo punto, e in questo libro le analizzeremo in modo approfondito.



Un modo particolarmente chiaro ed espressivo per rappresentare la distribuzione della crescita globale dopo il 1980 e la complessità delle dinamiche in gioco consiste nel correlare la posizione nella gerarchia mondiale dei redditi e l’ampiezza della crescita osservata in quello stesso livello della gerarchia. Si ottiene quello che si può chiamare la “curva o grafico dell’elefante” (vedi grafico 0.5).8 Per riassumere: i livelli di reddito compresi tra i percentili 60 e 90 della distribuzione mondiale (cioè quelli che non appartengono né al 60% dei redditi più bassi del pianeta, né al 10% dei redditi più alti), redditi che corrispondono grosso modo alle classi media e popolare dei paesi ricchi, sono stati in linea di massima ignorati dalla crescita mondiale del periodo 1980-2018, che invece ha fortemente premiato gli altri gruppi, collocati al di sopra o al di sotto, cioè le famiglie dei paesi poveri o emergenti (il “dorso” dell’elefante, in particolare i gruppi fra i percentili 20 e 40), ma ancora di più le famiglie più ricche dei paesi ricchi di tutto il pianeta (la parte alta della “proboscide”, oltre il percentile 99, cioè l’1% dei redditi più alti del mondo, e soprattutto quelli più alti ancora: lo 0,1% e lo 0,01%, che hanno beneficiato di una crescita nell’ordine di centinaia di punti percentuali). Se la distribuzione mondiale dei redditi fosse stata in condizioni di equilibrio, questa curva sarebbe piatta: tutti i centili dovrebbero progredire in media allo stesso ritmo.9 Ci sarebbero sempre dei ricchi e dei poveri e ci sarebbero sempre forti mobilità individuali, sia verso l’alto sia verso il basso, ma i livelli dei redditi medi dei diversi centili crescerebbero tutti allo stesso ritmo. La crescita mondiale si comporterebbe allora come “una marea che fa salire tutte le barche”, per citare l’espressione anglosassone corrente nel dopoguerra per descrivere una crescita che avvantaggia in modo proporzionale tutte le classi di reddito. Il fatto che ci si sia tanto allontanati da una curva piatta dimostra l’ampiezza delle trasformazioni in atto.

Questa curva è fondamentale, perché permette di comprendere meglio il dialogo difficile che talvolta connota il dibattito pubblico sulla globalizzazione: da una parte ci si meraviglia della riduzione delle disuguaglianze e della povertà mondiale che permettono una formidabile crescita dei paesi meno sviluppati, mentre dall’altra ci si lamenta della massiccia crescita delle disuguaglianze che si accompagna inesorabilmente agli eccessi dell’ipercapitalismo globale. Le due posizioni sono entrambe in parte vere: le disuguaglianze sono diminuite tra la parte bassa e la parte media della distribuzione mondiale dei redditi, e sono aumentate tra la parte media e la parte alta del modello distributivo. Questi due aspetti della globalizzazione sono tutti e due fenomeni reali; non si tratta, quindi, di negare l’uno o l’altro, ma piuttosto di sapere come fare per mantenere i vantaggi della globalizzazione, eliminandone però le implicazioni negative. Il linguaggio, le categorie e il dispositivo cognitivo utilizzati sono importanti: se si rappresentassero le disuguaglianze con un unico indicatore, come il coefficiente di Gini, si potrebbe avere l’illusione che non cambi nulla, proprio perché non ci saremmo dati gli strumenti per mettere in evidenza che questi processi sono complessi e multidimensionali e che all’interno di un indicatore “sintetico” in realtà si confondono e si compensano effetti molteplici e distinti. È invece necessario rappresentare le disuguaglianze e la loro evoluzione separando nettamente i diversi decili e centili dei redditi e dei patrimoni interessati, per distinguere bene i gruppi sociali in gioco.10

Si potrebbe accusare il grafico dell’elefante di dare troppa importanza visiva all’1% e allo 0,1% della popolazione mondiale, i ricchi nella parte più alta del modello distributivo. Anziché provocare stupidamente l’invidia e il rancore nei confronti di gruppi così minuscoli, non si dovrebbe invece apprezzare la crescita registrata nella parte bassa del modello distributivo? In realtà, gli studi più recenti non solo hanno confermato la correttezza di questo approccio, ma hanno anche dimostrato che il grafico dell’elefante presenta una curva ancora più marcata, nella sua parte alta, di quanto non si fosse stimato inizialmente. Si vede quindi che nel periodo 1980-2018 la quota parte della crescita mondiale totale presa dall’1% dei più ricchi del mondo è stata del 27%, a fronte del 12% per il 50% dei più poveri (vedi grafico 0.5). In altre parole, è vero che la parte alta della proboscide rappresenta una piccola parte della popolazione, ma questa si è appropriata di una fetta enorme della crescita, più del doppio rispetto alla parte che è andata ai 3,5 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera del mondo.11 Questo vuol dire, per esempio, che un modello di crescita leggermente meno favorevole al vertice della piramide avrebbe permesso (e potrebbe permettere in futuro) una riduzione molto più rapida della povertà nel mondo.

Questi dati possono orientare il dibattito, ma non lo possono chiudere. Di nuovo, tutto dipende dall’origine delle disuguaglianze e da come vengono giustificate. Il nodo del problema è sapere fino a che punto è ammissibile giustificare la crescita dei redditi al vertice del modello distributivo con i benefici che i più ricchi conferiscono al resto della società. Se veramente si ritiene che l’aumento delle disuguaglianze permetta, ancora e sempre, di migliorare i redditi e la qualità della vita del 50% dei più poveri, si può giustificare che l’1% dei più ricchi si accaparri il 27% della crescita mondiale e magari anche di più, per esempio il 40, il 60 o anche l’80%. Ma l’analisi delle diverse traiettorie, in particolare i già citati confronti tra Stati Uniti ed Europa e tra India e Cina, non conferma affatto questa interpretazione, perché i paesi dove il vertice del modello distributivo si arricchisce di più non sono quelli dove i più poveri stanno meglio. Queste analisi comparative suggeriscono invece che la quota parte di crescita mondiale presa dall’1% dei più ricchi avrebbe potuto essere abbassata (e potrebbe essere abbassata in futuro) del 10-20% o anche di più, per consentire un significativo aumento della quota parte presa dal 50% dei più poveri. Ma questi problemi sono tanto importanti da meritare un’analisi dettagliata. In sostanza, sembra davvero difficile, alla luce di questi dati, pretendere che ci sia un unico modo di organizzare la globalizzazione, e che la quota parte presa dall’1% debba essere necessariamente e precisamente il 27% della crescita (contro il 12% per i più poveri), né più né meno. La globalizzazione comporta pesanti deformazioni della distribuzione, che non possono essere ignorate sostenendo che la sola cosa che conta è la crescita totale. Un serio dibattito sulle alternative e sulle scelte istituzionali e politiche che potrebbero cambiare la distribuzione della crescita mondiale, in un modo o nell’altro, si impone.





La giustificazione della massima disuguaglianza


I più grandi patrimoni mondiali, dopo gli anni ottanta del XX secolo, hanno fatto registrare aumenti ancora più significativi di quelli rappresentati nel grafico 0.5. In tutte le regioni del mondo si registra una crescita rapida e forte dei maggiori patrimoni, che si tratti di oligarchi russi o magnati messicani, miliardari cinesi o finanzieri indonesiani, proprietari di immobili sauditi o miliardari statunitensi, industriali indiani o titolari di portafogli d’investimento europei. Si osservano incrementi che procedono a ritmi molto superiori al tasso di crescita dell’economia mondiale, in particolare tre o quattro volte più rapidi della crescita mondiale nel periodo 1980-2018. Per definizione, un fenomeno di questo genere non può continuare all’infinito, a meno che non si accetti l’idea che la quota parte del totale dei patrimoni mondiali presa dai miliardari, a poco a poco, tenda al 100% – una prospettiva difficilmente difendibile. Eppure la divergenza fra la crescita dei grandi patrimoni e la crescita media mondiale è proseguita anche durante il decennio seguito alla crisi finanziaria del 2008, quasi con la stessa dinamica osservata nel periodo 1990-2008: ci troviamo cioè di fronte a un’evoluzione strutturale di grande portata della quale forse non abbiamo ancora visto la fine.12

Rispetto a fenomeni così spettacolari, le giustificazioni dell’enorme disuguaglianza patrimoniale sono le più varie e qualche volta sono anche incredibili. Nei paesi occidentali viene fatta spesso una netta distinzione. Da una parte gli “oligarchi” russi, i petromiliardari del Medio Oriente e gli altri miliardari cinesi, messicani, guineani, indiani o indonesiani: di costoro si pensa che non abbiano veramente “meritato” il loro patrimonio, perché l’hanno ottenuto tramite relazioni con il potere dello Stato (per esempio mediante l’appropriazione indebita di risorse naturali o di licenze varie), e che quindi i loro patrimoni non saranno utili per la crescita. Dall’altra parte, degli “imprenditori” europei e statunitensi, di preferenza californiani, è giusto pensare che dovrebbero essere ancora più ricchi, se il pianeta li sapesse compensare come meritano, e se ne cantano le lodi e vengono ricordati i loro infiniti contributi al benessere mondiale. Forse dovremmo anche considerare il nostro eccezionale debito morale nei loro confronti come un pesante debito finanziario, e magari cedergli anche il nostro diritto di voto, cosa che peraltro non è lontana dall’essere già attuale in molti paesi. Questo genere di giustificazioni delle disuguaglianze, al tempo stesso ipermeritocratico e occidentalocentrico, è molto significativo dell’incontenibile bisogno delle società umane di dare un senso alle loro disuguaglianze anche al di là del ragionevole. In effetti questa quasi-beatificazione della ricchezza non è priva di contraddizioni, per alcuni addirittura abissali. Siamo sicuri che Bill Gates e gli altri tecnomiliardari avrebbero potuto sviluppare le loro imprese senza le centinaia di miliardi di denaro pubblico investito nella formazione e nella ricerca di base per decine di anni? E pensiamo veramente che il loro potere di quasi-monopolisti commerciali e la possibilità di brevettare privatamente il sapere pubblico avrebbe potuto affermarsi senza il supporto attivo del sistema legale e fiscale vigente?

Per questi motivi, la giustificazione di queste estreme disuguaglianze prende spesso la forma di un discorso molto più modesto che insiste più che altro sul bisogno di stabilità patrimoniale e di protezione del diritto di proprietà. La disuguaglianza dei patrimoni forse non è del tutto giusta, né sempre utile, specie nelle proporzioni registrate, come in California, ma aprire la discussione rischia di scatenare una battaglia infinita della quale i più poveri e la società nel suo insieme finirebbero per pagare il prezzo. Questo argomento proprietarista dei diritti di proprietà acquisiti nel passato, basato sul bisogno di stabilità sociopolitica e di sicurezza assoluta (talvolta quasi religiosa), ha già giocato un ruolo centrale nella giustificazione delle disuguaglianze che hanno caratterizzato le società dei proprietari prosperate in Europa e negli Stati Uniti nel XIX secolo e all’inizio del XX. Un argomento eterno, quello della stabilità, che troveremo di nuovo nella giustificazione delle società trifunzionali e schiaviste. Oggi bisognerebbe anche aggiungerci un discorso sull’ipotetica scarsa efficacia dello Stato e sulla presunta maggiore efficienza della filantropia privata, argomento che ha già avuto un ruolo in periodi precedenti, ma che oggi ha ripreso vigore. Sono discorsi legittimi e vanno accettati, con riserva, ma cercherò di dimostrare che si possono superare se ci basiamo sulle lezioni della storia.





Imparare dalla storia, imparare dal XX secolo


In generale vedremo che, per analizzare quanto avvenuto alla fine del XX secolo e quello che sta avvenendo all’inizio del XXI, ma soprattutto per trarne una lezione per il futuro, è necessario ricollocare la storia delle ideologie e dei regimi della disuguaglianza in una prospettiva storica e comparativa di lungo termine. L’attuale regime della disuguaglianza, che possiamo qualificare come neoproprietarista, contiene le tracce di tutti i regimi precedenti. Può essere studiato correttamente solo se si imposta lo studio a partire dalle antiche società trifunzionali (basate sulla struttura ternaria clero/nobiltà/terzo Stato) e dalla loro trasformazione nelle società dei proprietari del XVIII e del XIX secolo, per vedere come sono poi crollate nel corso del XX secolo, per effetto della sfida combinata comunista e socialdemocratica, delle guerre mondiali e da quelle d’indipendenza, che misero fine a molti secoli di dominio coloniale. Tutte le società umane devono giustificare le loro disuguaglianze e le giustificazioni del passato, se si studiano da vicino, non sempre sono più folli di quelle odierne. Esaminandole tutte, nel loro svolgimento storico concreto, e mettendo in evidenza la molteplicità delle traiettorie e delle biforcazioni, si può inquadrare l’attuale regime basato sulla disuguaglianza e prevedere le condizioni per la sua trasformazione.



Daremo particolare importanza alla caduta delle società proprietariste e coloniali nel XX secolo, caduta che è stata accompagnata da una trasformazione radicale della struttura delle disuguaglianze e delle loro giustificazioni, dalla quale deriva direttamente il mondo di oggi. I paesi dell’Europa occidentale, Francia, Germania e Regno Unito, che alla vigilia della prima guerra mondiale avevano livelli di disuguaglianza più elevati rispetto a quelli degli Stati Uniti, nel corso del XX secolo hanno ridotto i livelli della disuguaglianza, innanzitutto perché la contrazione delle disuguaglianze seguita agli anni 1914-1945 è stata più massiccia, e poi perché l’aumento delle disuguaglianze dopo gli anni ottanta è stato qui meno marcato che negli Stati Uniti (vedi grafico 0.6).13 Vedremo che la notevole contrazione delle disuguaglianze avvenuta tra il 1914 e il decennio 1950-1960 si spiega, in Europa come negli Stati Uniti, come conseguenza di una serie di cambiamenti del sistema legale, sociale e fiscale, cambiamenti fortemente accelerati dalle guerre 1914-1918 e 1939-1945, dalla Rivoluzione bolscevica del 1917 e dalla crisi del 1929, ma che erano in gestazione intellettuale e politica fin dalla fine del XIX secolo, per cui è possibile pensare che sarebbero comunque avvenute, in modo diverso, in occasione di altre crisi. È la combinazione di tendenze intellettuali e di logiche fattuali che produce il cambiamento storico: le une non possono nulla senza le altre. Si tratta di una lezione che ritroveremo spesso, per esempio quando analizzeremo gli avvenimenti della Rivoluzione francese o le trasformazioni strutturali delle disuguaglianze seguite all’epoca coloniale in India.

Fra i cambiamenti legali, fiscali e sociali adottati nel corso del XX secolo per ridurre le disuguaglianze troviamo in particolare lo sviluppo su larga scala di un sistema d’imposte progressivo sui redditi e sui patrimoni ereditati, cioè di un sistema d’imposizione fiscale che incide con tassi molto più elevati sui redditi alti e sui grandi patrimoni che non sui redditi e sui patrimoni minori. L’invenzione della forte progressività fiscale moderna avvenne negli Stati Uniti dove, all’epoca della Gilded Age (1865-1900) e delle grandi accumulazioni industriali e finanziarie d’inizio XX secolo, ci si era molto preoccupati all’idea di diventare in futuro il luogo della disuguaglianza come la vecchia Europa, allora considerata oligarchica e contraria allo spirito democratico statunitense. L’invenzione si deve anche al Regno Unito, che pure fra il 1914 e il 1945 non aveva subito le stesse distruzioni patrimoniali della Francia e della Germania. L’iniziativa della tassazione progressiva nel Regno Unito venne assunta in un quadro politico più sereno, per uscire dal passato di disuguaglianza aristocratica e proprietarista.

Per quanto concerne l’imposta sui redditi, il tasso applicato ai redditi più alti tra il 1932 e il 1980, dunque per quasi mezzo secolo, negli Stati Uniti è stato in media dell’81% e nel Regno Unito dell’89%, a fronte di “solo” il 58% in Germania e il 60% in Francia (vedi grafico 0.7).14 Va precisato che questi tassi non comprendevano altre imposte (per esempio sui consumi), e che nel caso degli Stati Uniti non comprendevano le imposte sui redditi degli Stati federati (in pratica dell’ordine del 5 o 10%, in aggiunta ai tassi del fisco federale). E questi tassi superiori all’80% applicati per mezzo secolo non sembrano affatto aver condotto alla distruzione del capitalismo statunitense, anzi.

Vedremo che una simile imposizione fiscale pesantemente progressiva ha contribuito in modo significativo a ridurre le disuguaglianze nel XX secolo, e analizzeremo in modo dettagliato come sia stata riveduta negli anni ottanta del XX secolo, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Vedremo anche quali lezioni si possono trarre dalle diverse esperienze storiche e dalle differenti traiettorie nazionali. Per i repubblicani statunitensi guidati da Ronald Reagan, come per i conservatori britannici rappresentati da Margaret Thatcher, entrambi giunti al potere a seguito delle elezioni del 1979-1980, la spettacolare riduzione della progressività fiscale fu la misura emblematica di quella che allora venne chiamata la “rivoluzione conservatrice”. Lo spartiacque politico-ideologico degli anni ottanta del secolo scorso ha avuto significative conseguenze sulla successiva evoluzione della tassazione progressiva e delle disuguaglianze, non solo in quei due paesi, ma anche a livello mondiale, tanto più che questo spartiacque non è mai stato davvero rimesso in discussione dai governi e dai movimenti politici che si sono poi succeduti in quei due paesi. Negli Stati Uniti, dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso il tasso superiore delle imposte federali sui redditi ha fluttuato intorno ai valori del 30-40%; nel Regno Unito, il tasso superiore ha oscillato intorno al 40-45%, con una leggera tendenza al rialzo dopo la crisi del 2008. Nei due casi, i livelli osservati per il periodo 1980-2018 si assestano circa due volte più in basso rispetto a quelli applicati negli anni 1932-1980, cioè intorno al 40% e non più all’80% (vedi grafico 0.7).



Agli occhi dei promotori e dei difensori di questa grande svolta, la spettacolare riduzione della progressività fiscale si giustificava con l’idea che nei due paesi i tassi superiori di esazione nel periodo dal 1950 al 1980 avevano raggiunto un peso eccessivo. Secondo alcuni avevano anche indebolito gli imprenditori anglosassoni, e sostenuto la concorrenza da parte dei paesi dell’Europa continentale e da parte del Giappone (tema molto presente nelle campagne elettorali statunitensi e britanniche degli anni settanta e ottanta del Novecento). Alla luce dell’attuale recessione, più di tre decenni dopo, mi sembra che questa tesi non regga alla prova dei fatti, e che tutto il problema abbia bisogno di essere riesaminato. La ripresa economica (dell’Europa continentale e del Giappone) degli anni 1950-1980 si può spiegare meglio con diversi altri fattori, prima di tutto con il fatto che la Germania, la Francia, la Svezia e il Giappone nel 1950 erano molto in ritardo rispetto ai paesi anglosassoni (e più ancora rispetto agli Stati Uniti), per cui era quasi inevitabile un’accelerazione della loro crescita nei decenni successivi. La forte crescita di questi paesi può anche essere stata favorita da una serie di fattori istituzionali, in particolare dalle politiche sociali e dell’istruzione relativamente ambiziose ed egualitarie attuate dopo la seconda guerra mondiale, misure che hanno permesso un recupero di istruzione particolarmente rapido rispetto agli Stati Uniti e un superamento netto del Regno Unito che, dopo il XIX secolo, aveva accumulato, nella formazione, un ritardo storico sempre più grave, ritardo che il paese non ha mai davvero affrontato quanto avrebbe potuto. Va poi sottolineato il fatto che l’aumento della produttività negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel periodo 1950-1990 è stato in effetti molto più forte di quanto non si sia mai verificato negli anni 1990-2020, e questo getta seri dubbi sull’abbassamento dei tassi di imposizione fiscale degli alti redditi come fattore di promozione dell’economia.

È vero, invece, che la riduzione della progressività nell’imposizione fiscale decisa negli anni ottanta del XX secolo ha contribuito a un aumento senza precedenti delle disuguaglianze negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel periodo 1980-2018, nonché a un crollo della quota di entrate nazionali presa dai bassi redditi, e forse anche all’aumento di un senso di abbandono tra le classi medie e popolari e all’involuzione identitaria e xenofoba manifestatasi poi con violenza nei due paesi negli anni 2016-2017, con il referendum per l’uscita dall’Unione Europea (Brexit) e con l’elezione di Donald Trump. Comunque, queste esperienze possono essere utilizzate per ripensare a forme più ambiziose di progressività fiscale per il XXI secolo, per i redditi come per i patrimoni, e per i paesi ricchi come per i paesi poveri, che sono stati le prime vittime della concorrenza fiscale e della mancanza di trasparenza finanziaria. La libera circolazione dei capitali, senza controllo e senza scambio d’informazioni tra le amministrazioni fiscali, è stata una delle principali strutture di consolidamento e di diffusione internazionale della rivoluzione fiscale conservatrice degli anni ottanta e novanta del Novecento. Ha avuto un impatto pesantemente negativo sul processo di formazione degli Stati e di una fiscalità legittima in tutto il pianeta. In verità, è soprattutto l’incapacità delle coalizioni socialdemocratiche del dopoguerra di far fronte a questa sfida che dovremo chiamare in causa, e in particolare la loro incapacità d’impostare la problematica della progressività fiscale alla scala transnazionale e alla nozione di proprietà privata temporanea (che avrebbe comportato di fatto un’imposta sufficientemente progressiva sui più importanti detentori di patrimoni, i quali ogni anno avrebbero dovuto restituire alla comunità una quota significativa delle loro proprietà). Questo blocco programmatico, intellettuale e ideologico è una delle ragioni di fondo che spiegano l’indebolimento del movimento storico per l’uguaglianza e il conseguente aumento delle disuguaglianze.





La glaciazione ideologica e le nuove disuguaglianze nell’istruzione


Per meglio comprendere la dinamica complessiva delle trasformazioni in atto, sarà anche necessario analizzare le trasformazioni politico-ideologiche relative ad altre istituzioni politiche e sociali che promuovono la riduzione delle disuguaglianze. In particolare, il problema della condivisione del potere economico e il coinvolgimento dei salariati nei processi decisionali e nelle strategie di impresa, un problema per il quale molti paesi (come Germania e Svezia) hanno proposto fin dagli anni cinquanta del Novecento soluzioni innovative che non sono state fino a oggi veramente diffuse e approfondite. I motivi sono senza dubbio da ricercare nella diversità delle traiettorie politico-ideologiche specifiche di ogni paese. I laburisti inglesi e i socialisti francesi, per esempio, hanno privilegiato fino agli anni ottanta del XX secolo un programma impostato sulle nazionalizzazioni, per poi abbandonare di colpo questa prospettiva dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo. Ma la cosa si spiega anche con la mancanza, un po’ ovunque, di una riflessione sufficientemente approfondita sul superamento del concetto di proprietà puramente privata.

Infatti, la guerra fredda non ha solo prodotto gli effetti che conosciamo sul sistema di relazioni internazionali. Per molti aspetti ha anche contribuito al congelamento della riflessione sul superamento del capitalismo, tendenza che l’euforia anticomunista seguita alla caduta del Muro ha consolidato, quasi fino alla “grande recessione” del 2008. Il pensiero su come migliorare l’integrazione sociale delle forze economiche è stato ripreso solo da poco tempo.

Lo stesso vale per il problema nodale dell’investimento nell’istruzione e dell’accesso alla formazione. L’aspetto più sconvolgente dell’aumento delle disuguaglianze negli Stati Uniti è stato il crollo della quota parte del reddito totale nazionale presa dal 50% dei più poveri, che è passata dal 20% circa nel 1980 a poco più del 12% nel 2018. Un crollo così massiccio, partendo da una quota già bassa, si spiega solo con una molteplicità di fattori, primo fra tutti l’involuzione delle regole sociali e salariali (come la riduzione del salario reale minimo federale a